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POESIE ROMANESCHE
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Per un certo senso di amore e di dovere, riteniamo giusto rivolgere la nostra attenzione al mondo della poesia, in particolare a quella romanesca, fortemente segnata da Giuseppe Gioacchino Belli e Trilussa, che non persero l'occasione di esprimere il loro forte e sconfinato amore per Roma; ricordiamo a tal proposito ciò che scrisse il Belli: "Si mòro e poi rinasco, prego Dio d'arinasce a Roma mia!".


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Er cielo d'un carcerato


'Sto po' de cielo
Che m'hanno arifilato
L'ho consumato.
Chilometri e chilometri a occhi nudi
Vaganno a istinto
Nde st'infinito spazio risicato
Cò 'na finestra pè recinto.
Sto qui, ner cielo mio
Che ammucchio fiato
E li minuti me li calo crudi
E vojo crede in Dio, ma giusto
Pè bestemmiallo cò più gusto.
Ma poi, chissà... Mejo così
Mejo 'sto pò de cielo qui
Che aveccelo pè intero
Ché si te casca in testa poi
Fa male. Male pe' davero.
Nun sò, magari sbajo
Magari è solo un artr'abbajo
Forse è 'na calla che me invento
Sortanto perché sto qua drento.
Cioè, vedi, er cielo sta lassù
Però l'azzuro?
L'azzuro, quello, l'hai da mette tu.
E un giorno nada, nisba, zero
Niente, nun ce n'avevo più:
Fu 'na secchiata de silenzio in faccia
L'eclissi a cent'allora de chi ero
Vedevo e me cadevano le braccia:
L'azzuro se feceva scuro;
Da scuro se faceva tutto nero.
Er peggio - disse un òmo saggio
Nu' sta ne la caduta
Ma sta nell'atteraggio;
Io cadevo, scadevo e stavo muto
Dar cielo a lo sfacelo
Nun me sò mai riavuto
E tanto che je stavo sotto
Che quanno sò atterato
Nemmanco ho inteso er botto.

Lo sento adesso che me sò svejato
A bruciapelo
In de sto po' de cielo.
  Aggiornato

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